L’INFANZIA A TRANI
Cito la seconda, e forse più importante, frase di Michelangelo Guacci. Egli diceva:“Tutto quello che io dipingo sono ricordi di quello che ho visto a Trani fino ai nove anni di età, quando sono venuto a Trieste. Non voglio dire che io dipingo solo cose che ho visto quella volta ma che, se mi viene l’estro di dipingere, è perché mi ricordo un colore, un momento, una luce di quei primi miei nove anni. Tutto ciò che è successo dopo quei primi nove anni non riesce ad accendermi, ad eccitarmi, a muovermi a dipingere.
Giulio Montenero
[Presentazione mostra Cral Assicurazioni Generali di Trieste 1992]
MICHELANGELO E ANTONIO
Portavano ancora i calzoni corti, allora usava fino ai quindici anni e più, mostrando certi polpacci da uomini maturati in fretta specialmente Michelangelo; Antonio, più biondino, rivelava meno, anzi quasi niente, l’origine meridionale. Del resto parlavano il nostro dialetto, tale e quale, anche se ripulito di quelle locuzioni gergali ( o meglio si direbbe triviali) cui noi autoctoni indulgevamo, a dare forza agli argomenti, nonostante i nostri studi ginnasiali e forse proprio in compenso del troppo latino.
Manlio Cecovini
“Michelangelo e Antonio” in I racconti di Padriciano, Trieste, 1974
IL MAESTRO DI SCUOLA
Il “maestro di scuola” è stato un tema non molto ripetuto ma molto importante per Michelangelo Guacci.
Il quadro ad olio che lo raffigura ha impegnato a lungo l’artista ed egli lo ha dipinto con una partecipazione emotiva del tuttoparticolare, rispetto agli altri quadri in cui il tema era spesso pura ispirazione per una ricerca tesa all’armonia inscindibile tra il segno e il colore.
La solennità della figura del maestro dipinto è pienamente corrispondente a quella dei due maestri che compaiono nell’unica foto della scuola elementare che è stata ritrovata.
Ma si può ben vedere come la distanza tra la realtà (ricordo) e il quadro di Michelangelo sia immensa.
Per cui questo raffronto è la prova più evidente che la sua non è “pittura di memoria”, cioè semplicemente nostalgica di un vissuto.
Anche dove la memoria, come egli stesso ebbe a dire, può rappresentare lo stimolo di partenza, è piuttosto una pittura “propositiva” di una lettura della realtà : una faticosissima ricerca del segno e del colore sulla tela che gli permettessero di esprimere la sua personale percezione/lettura del reale. Che è il compito dell’arte intesa nel suo senso più elevato.
Claudia Paielli
è anche un ragazzo ingegnoso: si fabbrica i suoi giocattoli da sé, fra i quali un teatrino e relative marionette. La passione per il teatro è precoce, ma non è la sola. Basta una nota musicale, l’eco nell’aria di una melodia, che è subito elettrizzato: allora sul poggiolo di casa si mette a dirigere orchestre immaginarie
La scuola comunque è il suo ultimo pensiero. Si immagina, per esempio, di diventare musicista, pittore, qualcosa d’importante, insomma,perché già allora si sente una sorta di predestinato e le ambizioni, per quanto confuse, sono piuttosto notevoli. E così un bel giorno, avrà 10 anni, si mette a studiare il violino e l’impegno è tale che i progressi sono assai sensibili, ma se gli anni gli crescono non gli crescono le mani, le quali restano piccole, troppo piccole anzi per un violinista, non sarà mai un concertista.
Dino Dardi
[Ritratto d’artista – RAI Regionale 1968]
LA GIOVINEZZA A TRIESTE
1919 -22 La famiglia di Giovanni Guacci, che ha impiantato un’azienda nella città “redenta”, si ricongiunge a Trieste: Michelangelo la raggiunge da Trani , dove era restato affidato alla zia paterna Maria, e Antonio da Spilimbergo (UD), dove era stato affidato alla nonna materna. Nel 1920 era nato il terzogenito Nicola.
Camminavamo affiancati nei pomeriggi ombrosi del giardino pubblico loro un po’ più grandi ma non abbastanza perché non ricercassero la nostra compagnia, forse in un bisogno di fusione e di mimesi in questo ambiente per loro ancora nuovo. E nella lieve differenza d’età, in quel parlare gentile, a nostra volta trovavamo ragioni di un più vigile interesse, com’è sempre dei piccoli per i grandi, dei rozzi per i raffinati.
…Il loro padre era armatore di brigantini coi quali portava il vino da quelle terre lontane e assolate (così le immaginavo) ,Trani e Barletta
…Facevo domande, tante, avido di conoscere quei commerci, quella vita, e cortesemente mi rispondevano, Michelangelo con una certa arguzia, attraverso i suoi occhialetti a stringinaso con la catenella di sicurezza, già se ne vedevano pochi in giro, già passati di moda, ma in lui come un segno di distinzione, forse un vezzo, certamente una scelta estetica.
Manlio Cecovini
[da “Michelangelo e Antonio” in “Racconti di Padriciano” Trieste,1974]
….ti invierò una foto che mi sono portato dietro da Trieste, del 1927-28 : c’è il tuo papà, Bruno e Renato Sossi, ed il sottoscritto con mandole, chitarre e mandolini.
Era quello il tempo, bellissimo, della Rossini, il nostro quartetto, dei nostri concertini, delle nostre recite, della nostra vita di bohème, ma soprattutto il tempo della nostra amicizia.
Ho conservato anche una specie di calendarietto compilato da noi tutti ma in particolar modo dal tuo caro papà, una specie di cronaca della nostra attività di allora, in cui tuo papà aveva parte predominante: l’originale, diviso in dodici mesi, ogni mese, riferentesi all’anno ‘25 – ‘26 – ‘27 – ‘28 – ‘29 – ‘30 (più o meno), è illustrato da noi.
PS: Nel dicembre scorso sono diventato nonno di un bel maschietto a cui è stato imposto il nome Michelangelo.
Nemorino Angeli
[1970, lettera da New York a Isabella Guacci]
Fu un fatto casuale, di contingente rilevanza, che ci incontrassimo all’Università di Trieste ( nella sola facoltà allora esistente di Economia e Commercio, doveva essere il 1932; non fu certo tal genere di studi, così poco congeniale ad ambedue, a consolidare la nostra amicizia, bensì un tenace amore per l’arte, un irreprimibile impulso a realizzare le prime esperienze in quel mondo incantato, per cui solo la vita ci pareva meritevole di essere vissuta. Così cominciò quella vera “vie de bohème” in ambienti (un magazzino, una soffitta, una stanzetta) cui la qualifica di “atéliers” sarebbe troppo lusinghiera… Ricordo le prime volte che andai a trovarlo a casa, un grande pastello fissato al muro della sua stanza, abbozzato e mai finito : “Narciso” ; poi sostituito da un ancor più grande acquerello : “Le Maschere”, esposto nella prima mostra universitaria che allestimmo…. ennero presto i primi riconoscimenti: anzitutto la parola autorevole dell’austero ma generosamente umano Silvio Benco (quale alone di reverenza circondava la sua allampanata, claudicante figura!); poi Umbro Apollonio, che esordiva appena come scrittore.
…Come ridire gli entusiasmi di un’età irrecuperabile? …Nessuno metteva in dubbio l’eccezionalità del talento di Michelangelo Guacci (che allora si firmava GUI), ne erano prova gli affreschi di due metri di lato (“I cavalieri”, “Il poeta”) esposti alle mostre e un affresco (“Scena agreste”), eseguito su commissione, nell’atrio di una casa.
Ernesto Zenari,
[”Una vocazione autentica”, in “Michelangelo Guacci”, a cura di Decio Gioseffi, Trieste 1971]
Michelangelo era già maestro. lo riconoscevano tutti per tale negli ambienti del GUF, il solo che con i pennelli se la facesse per così dire professionalmente, anteponendo con sicurezza quell’interesse a ogni altro, compresi gli studi. Anch’io esponevo a quella mostra, un quadro sul pane, ahimé, impudentemente ingombrante… all’ ultimo istante giunse il quadro di un goriziano… non c’era altro posto e il mio pane fu sacrificato per dare asilo all’ospite. Apriti cielo! Me la presi con Michelangelo non perché lo sapessi responsabile, ma perché era il maestro, e un maestro, nel mio concetto di valori e gerarchie, risponde di tutto. Ci accapigliammo, fummo separati, ci fu l’inchiesta, riconobbi il mio errore di persona, presentai le mie scuse. Da allora fummo amici
Manlio Cecovini
[da “Michelangelo e Antonio” in “Racconti di Padriciano” Trieste,1974]
GLI ANNI DI BERGAMO (1940 -53)
Gli anni bergamaschi (1940 – 52), ovvero quelli della guerra e del dopoguerra, rappresentano un periodo molto duro.
L’impegno del lavoro in banca, la responsabilità della famiglia, l’impenetrabilità dell’ambiente artistico locale, tutto congiura a tenerlo lontano dall’arte: ma le poche cose prodotte in quegli anni mostrano, come dice D. Gioseffi, “il perfetto aggiornamento e l’inesausta felicità della sua vena”.
Basti ricordare “Ombrelli” del 1948 o “Madonna in gloria” dello stesso anno.
Nel 1951 è eletto presidente del Sindacato dei bancari delle Province Lombarde. In tale veste ha occasione di recarsi mensilmente a Roma
Nel dicembre 1952 ottiene il trasferimento a Trieste. Dal 1953 è di nuovo a Trieste.
L’ARTISTA
…temperamento schivo da ogni calcolo utilitarista, egli fu fedele nell’arte alla propria vocazione… generoso verso i colleghi, solidalmente partecipe alle sorti della cultura triestina, Michelangelo Guacci rubò non poco del tempo che la sorte gli aveva concesso a favore della causa comune. Presidente del Sindacato regionale artisti, si prodigò con slancio nello sforzo di ridare vigore alle iniziative pubbliche: ordinò e disciplinò l’istituzione, organizzò le mostre collettive nella Sala Costanzi, si pospose agli altri per dare ancora una volta esempio di profonda rettitudine.
Fu, fino alla morte, tesoriere del Civico Museo Revoltella e negli ultimi tempi, durante la grave infermità, volle seguire dal letto le laboriose pratiche d’ufficio.
[Il Piccolo, 18 ott. 1967]
…ben sapendo quanto esile fosse il filo che lo legava alla vita, egli non dedicò un solo istante a quei rapporti mondani che tanta parte hanno nel successo e nella fama di un artista. Si votò ai disegni, ai quadri ad olio, agli acquarelli, alle incisioni, ai piccoli ineguagliabili capolavori che lentamente andava distillando ogni quadro recava una somma inenarrabile di ripensamenti , di dubbi, di ridipinture.
…egli si irritava con chi, colpito dalla fresca e immediata suggestione che promana dalla splendente veste delle tele, credeva l’opera fosse frutto di veloce improvvisazione
Decio Gioseffi
[in “Michelangelo Guacci” 1971]
Nel testimoniare su Michelangelo Guacci debbo vincere una certa titubanza.
Come eviterei di cadere nel patetico parlando di una amicizia che posso ben dire più che fraterna, iniziatasi nelle aule dell’università, interrotta da una forzata separazione già prima dell’ultimo conflitto, ma solo per riallacciarsi vieppiù salda nel dopoguerra …
Debbo in cuor mio chiedere perdono alla sua memoria se forse mancherò ad una delle sue esigenze più sentite: il riserbo di cui egli velava ogni sua emozione profonda, gioiosa o angosciosa che fosse; naturale atteggiamento di un animo schivo, il cui delicato pudore traspariva perfino nelle parole con cui, negli ultimi anni, mi esprimeva la sua consapevolezza dell’evento fatale che sentiva incombergli, senza far pesare l’angoscia che doveva attanagliarlo di dentro, ma anzi velandola dietro uno sguardo che per me resta indimenticabile,sottolineato sul volto da un lieve sorriso.
Ernesto Zenari
[Testimonianza in “LE ARTI” 1968]
L’AMICO
Carissimo Guacci, sono sempre a letto.
Scusami se ti mando i miei versi sulla busta
dove li ho composti di getto.
Dichiaro che per me tu se’ un Goya
Distruggi questi sgorbi e li spiegacci
Dacché mi sei Michelangelo Guacci
Degno di stima (anche in due fregacci)
Questi versi li composi qui di getto,
senza pensare né fare alcuna correzione.
Perciò sono i sensi più sinceri
del mio subcosciente
Cesare Sofianopulo,
[12 dicembre 1965]
….questo nostro artista – 70 opere del pittore Michelangelo Guacci sono esposte nella sala Napoleonica di Piazza S. Marco a Venezia – così diverso dall’aggressivo e talvolta irritante cliché dell’operatore d’arte contemporaneo e così distante dal gregge di questi operatori conformisti, per estrosa eppur controllatissima capacità inventiva. E più ancora ero contento di raccontare a tutti com’era quest’uomo così valente, così tranquillo, così schivo e così amabile.
Licio Burlini
[in “Vita Nuova” 30 ott. 1970]
Nel 1964 Michelangelo Guacci invia gli auguri di Natale all’amico Nemorino Angeli, da tempo andato a lavorare a New York , annunciandogli di essere stato colpito dal quarto infarto e gli comunica di aver esposto un quadro in una mostra collettiva a New York.
Ho conosciuto Michelangelo Guacci dopo il suo ritorno a Trieste nel 1953, non è che ci si incontrasse molto spesso, ma ogni incontro voleva dire per me un’ora o due di conversazione distensiva e piacevole. Michelangelo Guacci sapeva conversare (arte oggi perduta non meno che la pittura): era un buon parlatore e un buon ascoltatore. Se aveva dei guai – e Dio sa se ne aveva- non li esibiva certo. Ma non credeva neppure di doversi chiudere nel riserbo disdegnoso di chi disprezza la solidarietà altrui o teme di esserne ferito. Interrogato, rispondeva senza reticenze. E senza compiacimenti; né insisteva per quanto lo riguardava, al di là del richiesto ragguaglio.
­Si parlava naturalmente soprattutto di pittura e di pittori: ed era spesso sorprendente e certo affatto inconsueta sulle labbra di uno che era lui stesso artista ed espositore la paradossale equanimità dei suoi giudizi. Non serbava rancore; scontri anche vivacissimi, che pure ebbe a sostenere, nell’interesse di ciò che riteneva più giusto per l’arte e gli artisti, nell’ambito di commissioni, giurie e comitati, consigli direttivi e assemblee sindacali, non lasciavano traccia nel suo animo. Un uomo aperto quindi e disposto anche a discorrere senza restrizioni intorno alla propria opera.
Decio Gioseffi
[in “Michelangelo Guacci”, 1971]
Foggia, 14 gennaio 1967
Michelangelo mio carissimo,
nella tua lettera mi chiedi se sono stato a Trani. è la meta preferita delle mie evasioni nei giorni festivi. Sapevo che eri di Trani, ora che mi hai dato l’indirizzo di dove sorgeva la tua casa, passerò di là.
un affettuoso abbraccio dal tuo Walter
Il 6 gennaio 1967 Michelangelo Guacci ringraziava l’amico Rino che, dagli Stati Uniti, gli aveva inviato gli auguri:
Caro Rino,
Ti ringrazio per gli auguri che non ho potuto prevenire perché ammalato.
E’ anzi da molti mesi che la mia angina pectoris mi mette in serie difficoltà. Anche la mia attività di pittore è stata fortemente compromessa.
Dipingo solo quadrettini perché anche quelli di media misura mi procurano una eccitazione che sfocia in dolori precordiali.
Anche il resto della mia famiglia è in condizioni piuttosto malandate. Mi sorregge la speranza soltanto.
Da qui si ha l’impressione che in America la gente sia forte e fiduciosa nell’avvenire. Qui possiamo solo arrangiarci alla meno peggio.
Hai fatto bene a portare i figli in un grande Paese che, almeno a parole,ha fede nell’avvenire
Ti saluto affettuosamente
Tuo Lino
ATTIVISMO DISINCANTATO
La poetica di Michelangelo Guacci potrebbe quindi essere ricondotta (in sostanza) sotto il segno dell’accettazione critica”. Accettazione di tutta la realtà, di tutta l’esperienza : immediata e culturale.Il medesimo si potrebbe dire anche della sua “filosofia”, dell’impegno sul piano umano, che l’uomo Michelangelo s’era (forse) consapevolmente prescritto e cui certo, in ogni tempo , si attenne: accettazione senza riserve di tutte le proprie responsabilità ( senza il comodo soccorso dell’utopia: refugium peccatorum) ; e sostenere virilmente i colpi della fortuna, ma essere pur sempre disposti a battersi , ove la situazione possa essere modificata dalla propria azione; ed operare con pari lena nel campo ristretto, quando i margini del campo d’azione dovessero malauguratamente restringersi.
Non è la filosofia della rinuncia. è quella dell’attivismo disincantato: meglio indarno fare, che indarno stare. Ma senza sussiego e senza cipiglio. E anzi con sulle labbra quel sorriso a mezza bocca e quell’aria di divertito stupore…
Decio Gioseffi
[in “Michelangelo Guacci”1971]
…lui ironizzava su tutto..con grande bontà, senza cattiveria- era un uomo angelico in questo senso- non aveva risentimenti, non aveva cattiverie, non aveva pregiudizi, però l’ironia la esercitava su tutto.
Invece noi siamo abituati a Trieste-. pensiamo all’umorismo ufficiale, che è una difesa dei propri interessi e un insulto agli avversari: i propri interessi, patria nazione ideali, sono intangibili-. e su quelli degli avversari si esercita sarcasmo pesantissimo e volgare. Questa è l’abitudine dell’umorismo triestino.
..L’ironia di Guacci era come un acido che corrodeva dal di dentro: da un lato l’enfasi delle grandi convinzioni patriottiche,religiose, istituzionali etc., dall’altro lato – e questo è l’aspetto più singolare e più alto moralmente – anche l’autocelebrazione narcisistica del proprio genere pittorico.
…pensiamo al grande Morandi che quando fa i vasetti celebra se stesso nell’umiltà dei vasetti, invece Michelangelo Guacci non celebrava niente. Le sue donne erano sua moglie, le sue figlie, erano la sua famiglia ma la sua famiglia, come lui la descriveva, non era diversa da qualsiasi altra famiglia. Cioè l’intimità sua non voleva avere niente di speciale, di peculiare, di particolarmente sofferto. Voleva essere un uomo come ce ne sono tanti, un onesto piccolo borghese che viveva la sua vita, i suoi affetti [non vendeva la sua sofferenza a tanto al metro quadro, come bene dice Gioseffi]
…e anche qui l’ironia consisteva nella consapevolezza che sia la carriera ufficiale, alla quale lui si è dedicato con dedizione si può dire eroica , perché lui ha fatto violenza su se stesso e aveva l’idea che la funzione dell’impiegato bancario – era vicedirettore della Banca d’ Italia – fosse una funzione essenziale, su quello non c’era nessun dubbio, era un eroico sacrificio laico: fare assolutamente il proprio dovere, indipendentemente dalle ideologie, dai partiti , da qualsiasi cosa, essere l’impiegato modello e nella famiglia c’era questa tenerezza privata .
L’una e l’altra, sia questa tenerezza nella famiglia (questa grande tenerezza di Michelangelo Guacci ), sia il dovere nell’ufficio erano la stessa cosa. Lui si rallegrava e diceva : “ quando io sono entrato alla Banca d’ Italia era come un salotto”, cioè ovunque egli amava questa buona norma del vivere civile, questa gentilezza, quindi un inderogabile rituale che era per un verso lieto, perché toglieva aspetti violenti, cattivi delle cose, ma per altro verso malinconico.
Michelangelo Guacci ha accomunato nella sua pittura tutti questi aspetti, dalla religione..ai carabinieri…al circo…alle nozze…. alle bande, fino all’avanspettacolo che gli piaceva tanto…l’ironia mescola tutto, quello che è lieto e quello che è triste e con questo viene distrutto quel presupposto letterario che colloca in un ordine i soggetti canonici. Di solito i personaggi religiosi sono in un certo modo, l’angelo è buono, il diavolo è cattivo, e così tutto…
…Invece in Michelangelo Guacci c’è questa grande circolarità che era il presupposto per affermare la bellezza del colore …il punto di arrivo per lui è il colore…la rilevanza mondana del soggetto si annulla. Si potrebbe dire che tutto è uguale a tutto, si arriva quasi a una visione scettica del mondo delle cose e , in ultima istanza, vi è una sorta di animismo universale ed è in questo momento che si fa strada il colore che è la cosa più importante.
Giulio Montenero
[dall’intervento di presentazione della mostra allestita al Cral delle Assicurazioni Generali di Trieste nel 1992, registrazione]
LA FAMIGLIA
Le sue donne erano sua moglie, le sue figlie, erano la sua famiglia ma la sua famiglia, come lui la descriveva, non era diversa da qualsiasi altra famiglia, cioè l’intimità sua non voleva avere niente di speciale, di peculiare, di particolarmente sofferto; voleva essere un uomo come ce ne sono tanti, un onesto piccolo borghese che viveva la sua vita, i suoi affetti [non vendeva la sua sofferenza a tanto al metro quadro, come bene dice Gioseffi] e nella famiglia c’era questa tenerezza privata. L’una e l’altra, sia questa tenerezza nella famiglia (questa grande tenerezza di Michelangelo Guacci), sia il dovere nell’ufficio, erano la stessa cosa.
Giulio Montenero
[dall’intervento di presentazione della mostra allestita al Cral delle Assicurazioni Generali di Trieste nel 1992, registrazione]
2 agosto 1964
Carissima Isabella,
la gita è stata movimentata da uno dei vari malesseri della mamma e della Mariella e si è conclusa con un precipitoso ritorno a causa di uno dei soliti malori da cui sono stato colto…
tuo papà
5 agosto 1964
Carissima Isabella,
di noi non ho nulla da dirti. La mamma da alcuni giorni ha disturbi alla testa. La Mariella mi pare abbia recuperato qualche chilo nei due giorni che siamo stati a Venezia. La nonna come al solito: lavora. Non ti preoccupare per i pappagalli. Sono allegri e ciarleri.Io tiro avanti ma non riesco ad imbroccare un quadro.
Scrivimi.
Ti bacio caramente
papà
[da una Lettera alla figlia Isabella allora in villeggiatura, 1964]
LE SIGNORE
… Michelangelo Guacci era, volendo dare una definizione, “un gentiluomo moderno”, cioè aveva due qualità fra loro antitetiche: “un gentiluomo”, cioè un uomo d’altri tempi.
Il suo modo di trattare con le signore, per esempio, non lo ho mai visto, perché non era quello di corteggiare, che specialmente oggi è invalso; per Michelangelo Guacci corteggiare sarebbe stata una cosa volgare, da persona di basso rango e , nello stesso tempo, non era neanche trattare alla pari, come si vuole oggi da parte delle femministe, perché lui le signore le trattava da signore.
Quindi era un uomo che apparteneva alla cavalleria, al mondo antico, e allo stesso tempo, nelle idee, nel confrontarsi con la realtà, nel vivere le cose d’oggi era anche di una spregiudicatezza, con addirittura certi punti di cinismo, che mi pareva cento anni avanti a me nel guardare le cose
Giulio Montenero
[Presentazione mostra Cral Assicurazioni Generali di Trieste 1992]
Cara signora,
i giovani il nome devono farselo esponendo nelle collettive.
Il secondo punto dolens è che S. ha un temperamento schivo e modesto e per di più è donna; mentre nell’ambiente artistico bisogna comportarsi con risoluta superbia ed è necessario lottare contro gli uomini, portati, per natura a sottovalutare i prodotti del gentil sesso.
Detto questo non sarebbe forse inopportuno far fare a S. una “personale” per infonderle un po’ di coraggio e di sicurezza.
Michelangelo
[da una lettera di risposta alla moglie di un amico che chiedeva consiglio per la figlia pittrice, 1966]
LE ISTITUZIONI
…la carriera ufficiale, alla quale lui si è dedicato con dedizione si può dire eroica , perché lui ha fatto violenza su se stesso, aveva l’idea che la sua funzione di impiegato bancario – era vicedirettore della Banca d’ Italia – fosse una funzione essenziale su quello non c’era nessun dubbio, era un eroico sacrificio laico: fare assolutamente il proprio dovere, indipendentemente dalle ideologie, dai partiti , da qualsiasi cosa, essere l’impiegato modello.
L’una e l’altra, sia questa tenerezza nella famiglia , sia il dovere nell’ufficio, erano la stessa cosa. Lui si rallegrava e diceva : “ quando io sono entrato alla Banca d’ Italia era come un salotto”, cioè ovunque questa buona norma del vivere civile, questa gentilezza, quindi un inderogabile rituale che era per un verso lieto, perché toglieva aspetti violenti, cattivi delle cose, ma per altro verso malinconico
Giulio Montenero
[Presentazione mostra Cral Assicurazioni Generali di Trieste 1992]
Io tendevo a ricondurre a una interpretazione politica e istituizionale unitaria la rete dei rapporti con gli artisti triestini e Michelangelo Guacci tendeva a impormi, come direttore bancario, i suoi criteri formalistici, a me direttore di museo.
Giulio Montenero
[Presentazione mostra Cral Assicurazioni Generali di Trieste 1992]
Al Segretario del Sindacato Belle Arti.
Carissimo Romeo,
è passato un anno ormai da quando l’assemblea dei soci ci chiamò alla direzione del Sindacato e debbo constatare, con estrema amarezza, che nulla è stato fatto.
Nemmeno si è proceduto alla redazione dello statuto di cui, a suo tempo, distribuii tra i membri del Direttivo un progetto di massima. E non si dica che lo Statuto è una inutile scartoffia perché nessuna associazione umana è possibile senza regole ben definite.
Non si dica neppure che per l’attuale comune accezione del termine “sindacato”, questo non può avere che funzioni limitatissime e comunque non di carattere artistico (tesi Mascherini). Non sto a discutere se la tua sfiducia trova giustificazione in una pluriennale esperienza. Così non mi meraviglio che un artista della levatura di Mascherini consideri molesti i nostri problemini sindacali. Pertanto, allo stato delle cose, o si liquida il sindacato o, più ragionevolmente, si provvede ad una assemblea straordinaria per la elezione di un nuovo direttivo… programma minimo: ricerca di una sede per le mostre sindacali, allestimento di due mostre l’anno…
Michelangelo
[da una Lettera al pittore Romeo Daneo, 1965 (?)]
12 agosto 1967
Caro Michelangelo,…
sono desolato che la tua breve presidenza ti abbia così deluso, sei stato molto ottimista a pensare che in breve tempo ti sarebbe stato concesso di rendere forte l’associazione, e darle un costume. Io sapevo del menefreghismo di gran parte degli associati, teso solo ai personali interessi e a tante ingordigie, ben lontani dal costume che tu avresti voluto. Hanno avuto un presidente onesto, uomo insomma: ti hanno costretto ad andartene… sensibilità, senso dell’onestà al di là del proprio tornaconto sono rare doti in mezzo a noi: tutti contro tutti; e lo dico a malincuore. Hai fatto moltissimo per l’associazione ed io non sono buono a riconoscerlo, ma è giusto e doveroso dirlo; se no si è porci
Tuo Romeo
[dalla lettera del 12 agosto 1967 del pittore Romeo Daneo, vicepresidente del Sindacato regionale degliartisti, dopo che ha avuto notizia delle dimissioni dalla Presidenza del Sindacato da parte di Michelangelo Guacci]
LE SUE LETTURE
Negli anni della maturità spendeva tutto il tempo libero dipingendo ma aveva sempre sul comodino tre libri:
Don Chisciotte di Miguel Cervantes
Sogno di una notte di mezz’estate di William Shakespeare
Il Barone di Munchausen di Rudolf Erich Raspe

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